sabato 21 aprile 2018

Monologo. La data.



Sapevo quando sarei morto ancora prima di imparare a conoscere la vita.
Suppongo facesse parte del gioco. Avere la data di scadenza stampata addosso, come merce qualunque.
Ci si abitua.
Col tempo, ci si abitua a tutto.
Ma non eravamo merce, o almeno così ci facevano credere. Eravamo gli eletti, umani sopravvissuti all'estinzione, evoluti per dar vita a un mondo perfetto, destinato a non invecchiare.
Noi morivamo prima. Prima di consumarci, prima di diventare merce avariata, prima di depredare il futuro dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.
Morivamo per rimediare al più terribile dei peccati commessi dall'uomo: manipolare il tempo in nome dell'immortalità.
Ci eravamo sostituiti a Dio. E avevamo innescato un'apocalisse.
Nessuno, allora, poteva immaginare la forza distruttrice di una vita spinta oltre i limiti. Curare, manipolare, sostituire pezzi del proprio corpo. Ancora e ancora. Senza mai fermarsi. Senza alcuna pietà verso se stessi e verso gli altri.
Gli altri. Quanto contano gli altri quando la sola cosa importante è fottere la morte?
Poco.
Alla fine, nulla.
Avidità e paura. Ti divorano l'anima come topi di fogna.
Tu.
Tu.
Tu.
Gli altri hanno tempo. Più di quanto ne sia concesso a te. Rimedierai. In qualche modo le cose si aggiustano sempre.
Altri sei mesi.
Altri due anni.
Altri dieci anni.
Imprigionato in un corpo che non regge più.
Non importa. Respiri. Vivi. Nonostante tutto.
Un altro anno, forse due, poi si vedrà.
E gli altri?
Quali altri?
Per millenni ci hanno insegnato a prenderci cura di loro. Gli adulti proteggono i bambini. I bambini, crescendo, proteggeranno gli adulti.
Do ut des. Era amore. Era naturale.
Fino al giorno in cui la morte ha smesso di esserlo.
Quanto credi che gli altri siano disposti a sopportare?
Già, gli altri, quelli che sono rimasti intrappolati nella spirale della tua avidità?
Interconnessione. Non vale solo per la rete. Ogni vita spinta oltre il limite è un costo che altri pagheranno. Gli stessi che tu dicevi di amare prima che i topi ti divorassero l'anima.
Stupido uomo.
Non esiste amore capace di sopportare tutto questo. Fottere la morte non è tornare indietro. Il tempo è una linea che procede in una sola direzione. Non la puoi piegare. Nessuna seconda giovinezza.
Solo tempo.
Per cosa? Per rimediare a ciò che hai sbagliato? Ipocrita bugiardo.
Allora per cosa? Per paura? Se credi in un Dio non devi temere la morte. Se credi nella scienza sai che ti trasformerai in atomi di luce. Ogni fine presuppone un nuovo inizio. A meno che tu non creda solo in te stesso.
In quel caso la morte è spaventosamente definitiva.
Quand'è che siamo diventati il nostro unico Dio?
Manipolare il tempo è uccidere il futuro. Non il tuo. Quello degli altri. Quelli che tu dici di non voler lasciare per amore. Ha! L'amore! Meglio tenere gli artigli conficcati nella loro carne e nutrirti del loro avvenire piuttosto che separarti da loro.
Stronzate. Anche l'amore ha una data di scadenza. Solo che a differenza di un corpo non muore. Si trasforma in dolore. E poi in odio.
Ecco il prezzo della tua avidità.
L'inizio dell'apocalisse.
Do ut des. Fino a quando il tuo respiro, invece di spegnersi, inizia a consumare quello degli altri.
Poi il sistema è destinato a implodere.
Nessuno è stato in grado di prevederlo. Eppure avrebbero dovuto. E' matematica.
Uomini di scienza, politici, filosofi, hanno piegato il loro sapere all'arroganza e all'illusione di immortalità.
La vita è sacra. Forse in un mondo ideale. In questo ciò che conta è la dignità. E il prezzo della dignità è il coraggio di accettare la fine. Per amore.
Un giorno io mi sveglierò e saprò che il mio tempo è scaduto. Avrò più anni di quanti ne abbiano vissuti i miei avi. I miei capelli saranno bianchi come la neve e il mio volto segnato da una storia senza dolori. Non mi sarà mai mancato nulla. Sono cresciuto in un mondo il cui equilibrio affonda le radici nelle macerie del passato. Niente preoccupazioni, niente malattie, una casa, un lavoro, una famiglia e tutto grazie alla data di scadenza che porto stampata addosso. La mia morte sarà un atto di amore incondizionato.
Non obbedienza forzata o privazione o sacrificio. Solo restituzione.
Di qualcosa che non è mai stato destinato ad essere eterno.
In nome della sola cosa giusta che c'è su questa terra: la continuazione delle specie.
Siamo parte di un disegno infinitamente più grande di quello che la nostra mente è in grado di concepire, eppure per millenni ciò che ha mosso ogni nostra scelta è stata la paura della morte. Abbiamo imparato a uccidere, abbiamo eretto cattedrali. Abbiamo creato dèi e barattato le nostre anime con le illusioni più effimere. Quella scienza che doveva renderci più forti ci ha reso solo più arroganti. Abbiamo separato corpo e mente, convinti che la sopravvivenza dell'uno implicasse la conservazione dell'altro.
Non è così.
Non è mai stato così.
Ma la dissociazione era fondamentale per giustificare ciò che stavamo facendo, in nome di una vita senza più alcun valore.
Eravamo destinati a essere ponte e siamo diventati isola. Soli in mezzo al nulla. Convinti che la nostra esistenza valesse più di ogni altra cosa. Barricati in un corpo che credevamo tempio. E la mente?
La mente rifiuta, manipola, destruttura, come un taglio di stoffa che ora veste una regina, ora un mendicante. E' tutto concesso. Basta obbedire ciecamente all'unico istinto che non possiamo mettere a tacere. Quello di autoconservazione.
Io.
Io.
Io.
Una volta che avrai ingannato la morte, penserai di poterlo fare una seconda e una terza volta. E all'improvviso quel pensiero diventerà la sola ragione di ogni tuo respiro.
La mente muore lentamente. A differenza del corpo non si può aggiustare. Le sue stanze diventano buie, una dopo l'altra, poi si restringono fino a soffocare e alla fine ciò che rimane è una minuscola, primordiale zecca intrappolata in un tempio fantasma.
Era questo che volevamo? Un mondo popolato di zecche?
Ciò che accadde allora fu la più potente inversione temporale della storia dell'umanità. Ogni singolo sistema su cui si reggeva il mondo civile si accartocciò su se stesso, silenziosamente, senza che alcuno ne avessero coscienza. Ci vollero tre generazioni prima che si scatenasse l'inferno.
La prima sopravvisse consumando ciò che aveva costruito.
La seconda si piegò alla povertà.
La terza seppellì i propri figli.
Quella stessa scienza che aveva reso possibile sfiorare l'immortalità, aveva selezionato la sopravvivenza delle zecche. Loro avevano ricevuto la cura. Loro non si ammalavano. Loro vivevano.
Ogni vita spinta oltre il limite è un prezzo che altri pagheranno.
Pagarono i bambini. Morendo di stenti e malattie credute scomparse da secoli. Morirono perché l'uomo aveva violato la più sacra delle leggi della natura.
Caddero governi. Esplosero guerre. L'odio divorò i vivi e bruciò i morti. I vecchi furono deportati senza lacrime né pietà.
Quello stesso stato che aveva garantito loro l'illusione di immortalità, aveva messo in atto un piano di eliminazione forzata per porre fine alla loro esistenza.
E ancora una volta si sostituì a Dio.
In nome della sopravvivenza.
Per il bene dell'umanità.
La quarta generazione si sollevò dalle ceneri dell'inferno e piantò boschi scuri e impenetrabili sulle fosse comuni. Per dimenticare. Per non lasciare traccia di lacrime mai versate. Nessuno di loro sarebbe vissuto abbastanza per raccontare ciò che era accaduto. Ma poteva impedire che accadesse di nuovo.
E, il solo modo per farlo era marchiare, alla nascita, ogni essere umano con una data di scadenza.
Do ut des.
La loro morte era la sola garanzia per la loro stessa vita. Il sistema avrebbe fatto in modo che non mancasse loro mai nulla.
Fu così che l'uomo riscrisse la storia per il nuovo popolo di eletti. E invece di manipolare il tempo, manipolò le loro menti. Una generazione dopo l'altra. Con cautela, senza fretta. Senza tregua.
Ed eccomi qui, eletto tra gli eletti, di fronte a un Dio che abbiamo sepolto in una di quelle fosse comuni che ancora respirano sotto le foreste secolari, a supplicarlo di far tacere quei topi che hanno cominciato a divorarmi l'anima.
Do ut des.
Non ho mantenuto fede al patto. Non sono capace di quell'amore che dovrebbe rendermi uomo. O merce.
La mia data di scadenza è stata cancellata e riscritta. Non ricordo neppure quante volte.
Ho fottuto la morte e ho fottuto il sistema.
Loro sanno che può accadere. Ci chiamano devianti.
Anche questo fa parte del gioco.

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Immagine dal web

13 commenti:

  1. Hai scavato nel punto più remoto dell'esistenza affrontando un tabù. Terribile, ma vero. Bravissima!
    Gio.

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  2. Temi scottanti: la morte, la vecchiaia. In qualche modo bisogna affrontarli. E tu l'hai fatto senza sconti. Brava!
    Artemisia.

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  3. Tanto su cui riflettere!
    Lorenzo

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  4. La più potente inversione temporale della storia... e non siamo in grado di vederla.

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  5. Hai una scrittura potente e una mente assolutamente geniale. Questo monologo è straordinario. Bravissima

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  6. Incredibile il tuo percorso di scrittrice. Dovrò rileggerlo diverse volte. E' come le scatole cinesi.

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  7. Siamo diventati il nostro unico Dio. E' tutto in quella frase. Monologo scritto in modo magistrale

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  8. Profondamente sconcertante quello che hai scritto.

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  9. #monologo
    Ma quanto sei brava?

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  10. WOW! Questo é pazzesco

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  11. Bravissima! Hai espresso con lucidità quello che diversi pensano confusamente e non hanno il coraggio di formulare perché è tabù. Io tra questi...
    Sabina


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  12. Racconto distopico, scritto benissimo, che affronta con profondità di pensiero l'eterno misterioso rapporto vita-morte, insistendo sulla difficoltà dell'uomo di agire sugli eventi e determinare il destino.

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