venerdì 22 maggio 2015

Il mondo di Mathilda

         
Molti anni fa, in una fredda notte d’inverno, ai lati opposti di un antichissimo regno, nacquero due bambini. Mathilda, figlia di un povero fornaio e Thomas, delfino del re.
  Pochi giorni dopo la sua nascita, Thomas fu promesso sposo alla principessa del reame oltre il lago ghiacciato e perché nulla potesse cambiare il loro destino, fu deciso che i due principi sarebbero vissuti isolati dal mondo fino al giorno delle loro nozze.
  Così Thomas crebbe solo, nel suo mondo fatato, accudito da balie, maggiordomi e istitutori privati senza mai sapere che oltre le mura del castello esisteva un altro mondo.
I suoi unici compagni di gioco furono rondini e usignoli e perché non volassero via con l’arrivo dell’inverno, fece costruire una grande, bellissima serra al centro del giardino del castello, con fontane, palme e profumati fiori tropicali.
Questo era il mondo di Thomas.

  Dall’altra parte del regno, sopra la vecchia bottega del fornaio, cresceva la piccola Mathilda. Cresceva libera di giocare nei prati fioriti, di esplorare con gli altri bambini gli angoli segreti del bosco e di pattinare sul lago ghiacciato nelle fredde giornate d’inverno.
  Ma quando arrivò l’autunno del suo sesto compleanno, Mathilda scoprì che la sua famiglia era troppo povera per mandarla a scuola. E pianse. Allora sua nonna la strinse tra le braccia e disse: “Ti insegnerò io a leggere”.
  “Davvero?” chiese Mathilda, asciugandosi le lacrime.
  “I libri sono come porte”, disse la nonna con dolcezza. “Ogni volta che ne apri uno ti si spalancano mondi lontani e meravigliosi. Se impari a leggere, quei mondi diventeranno parte di te”.
  “Ma noi non abbiamo libri”, disse Mathilda.
  La nonna le accarezzò una guancia. “Un passo per volta, bambina mia. Quando sarà il momento, troveremo i libri”.
  Così Mathilda imparò a leggere. E sua nonna le trovò i libri. Ogni sera, prima di andare a dormire, Mathilda accendeva la candela sul comodino, si infilava sotto le coperte e leggeva fino a notte fonda, scoprendo tra quelle vecchie pagine ingiallite dagli anni mondi incredibili. Lesse storie di altri tempi e di altri paesi, scoprì le meraviglie della natura e i segreti dell’animo umano e, con la fantasia, sera dopo sera, volò oltre le barriere del tempo e dello spazio.
  Poi sua nonna si ammalò.
  Per giorni e giorni Mathilda rimase seduta accanto a lei e quando capì che stava per morire, le baciò i morbidi capelli bianchi e le disse addio nell’unico modo in cui sapeva fare: raccontandole una storia che non era ancora stata scritta.
  Fu così che Mathilda, troppo povera per comprare libri, cominciò  a  inventare  storie.   Raccontò  di  mondi  che  non conosceva e di cose che non aveva mai visto e ben presto, in tutto il regno,  si sparse la voce che sul lago ghiacciato viveva una bambina che raccontava le storie più belle che si fossero mai sentite. E queste storie entrarono di casa in casa, raccontate dalla voce delle balie e delle cuoche che ogni mattina si fermavano alla bottega del fornaio per comprare il pane.
  Fu così che quelle stesse storie varcarono le mura del castello per essere raccontate sottovoce dalla servitù in cucina.
  Ma nessuno immaginò mai che quei bisbigli giungessero, attraverso il camino, anche alla camera del giovane principe. Lui le ascoltò, giorno dopo giorno, per mesi, imparando a conoscere il mondo attraverso gli occhi e le parole di Mathilda, finché una mattina molto presto, mentre tutti dormivano, scavalcò i cancelli dietro  ai  quali  aveva vissuto in  solitudine  per  troppo tempo e andò a cercare la ragazza che, con le sue storie, gli aveva regalato la libertà.
  La trovò nella piccola bottega del fornaio e, nel momento in cui la vide, si innamorò perdutamente di lei.
  Da quel giorno, ogni mattina, molto prima che il sole sorgesse, Thomas entrava dal retro della bottega e aiutava Mathilda a fare il pane. Parlavano, ridevano, ma soprattutto, mentre i lunghi filoni di pane cuocevano in forno, leggevano insieme  i libri  che Thomas portava con  sé.  Libri  d’arte, di  musica, di medicina e di storia.
 Mathilda imparò cose di cui non aveva mai immaginato l’esistenza e Thomas imparò ciò che fino ad allora nessun istitutore era stato capace di insegnargli: l’amore per la conoscenza.
  Poi, una mattina, qualcuno si accorse delle rondini appollaiate sul tetto del fornaio. Cominciò a spiare la bottega e quando scoprì che il ragazzo che sgattaiolava via  alle prime luci dell’alba era il principe Thomas, corse dalla madre della principessa e le raccontò ogni cosa. Che Mathilda era bella come nessun’altra ragazza in tutto il reame e che il principe si era perdutamente innamorato di lei.
  La regina gridò. E lo fece con tutto il fiato che aveva in corpo. Mai e poi mai avrebbe permesso ad una povera fornaia di mandare a monte le nozze della figlia! Corse in solaio, cercò  il  grande  libro degli  incantesimi  che  aveva  ricevuto in dono da sua madre e lanciò la più terribile maledizione che fosse mai stata fatta.
  “Diventerai di ghiaccio”, tuonò la regina.  “E affinché il tuo corpo non si sciolga ai raggi del sole, sarà imprigionato in una statua di pietra. Ma i tuoi occhi, quelli rimarranno vivi perché tu possa vedere il principe innamorarsi di un’altra donna, sposarla e invecchiare accanto a lei. Questa sarà la tua maledizione! Chiunque cercherà  di liberarti  dalla tua  prigione ti ucciderà perché per farlo dovrà scalfire la pietra senza mai intaccare il ghiaccio. E,” rise la regina, “non esiste notte abbastanza lunga perché questo possa mai accadere. Morirai prima che il tuo corpo di ghiaccio sia stato completamente liberato”.
  La maledizione della regina si avverò.
  Mathilda scomparve.
  Alcuni dissero che era misteriosamente annegata nel lago, altri che era fuggita alla ricerca di quei mondi che avevano dato vita alle sue bellissime storie, ma nessuno, mai, associò la sua scomparsa all’improvvisa apparizione della bellissima statua ai piedi del lago.
  Poi la bottega del fornaio chiuse.
  E una piccola croce venne messa accanto alla quercia, là dove, anni prima, era stata sepolta la nonna di Mathilda.
  Ma il giovane principe non smise di cercarla. La cercò per mesi, ovunque, dando retta alla voce disperata del suo cuore che gli diceva di non arrendersi. E quando, alla fine, il dolore divenne troppo grande, Thomas partì.
  Viaggiò da un paese all’altro, scoprendo con i suoi occhi quei posti di cui aveva sentito solo parlare nei racconti di Mathilda, studiò nelle più importanti scuole del mondo e solo cinque anni più tardi, quando la vita aveva fatto di lui un uomo, tornò al castello.
  “Sposerò la principessa”, disse a suo padre e nello stesso momento  in cui  pronunciò  quelle  parole capì  che neppure i lunghi anni di separazione avevano cancellato il suo amore per la ragazza che, con le sue storie, gli aveva regalato la libertà.
  Camminò verso il lago e si fermò solo quando fu arrivato di fronte alla statua. Allora, per una ragione che non poteva comprendere, si sentì finalmente in pace.
   Il giorno dopo, l’intero reame cominciò a prepararsi alle nozze. Centinaia di inviti furono consegnati di casa in casa, le sarte ricevettero ordine di tagliare e cucire i più bei vestiti che si fossero mai visti e il giardino di rose intorno al castello fiorì in tutto il suo splendore.
  Thomas tornò alla statua sul lago ogni giorno, e ogni giorno vi rimase un po’ più a lungo. Le raccontò dei suoi viaggi, delle cose che aveva visto e imparato e della ragazza che un tempo aveva amato. Poi le parole finivano e la luna faceva la sua comparsa in cielo. Allora il principe alzava gli occhi su quel volto scolpito nella pietra e lo fissava in silenzio, con la sensazione che diventasse ogni giorno più triste.
  La sera prima delle nozze, senza sapere perché, allungò una mano per sfiorarle la guancia con una carezza. E fu allora che vide una lacrima scivolarle lungo le ciglia di pietra.
 All’improvviso ogni cosa  divenne chiara. Ricordò che Mathilda era scomparsa il giorno in cui la statua era stata vista  per  la  prima  volta  sul lago  e che  il  cuore  gli  aveva  sempre detto che lei era viva.
  Prese uno scalpello e cominciò a scalfire la pietra dura come il marmo. Lavorò per ore, senza sosta, al buio della notte, cercando di non graffiare mai il ghiaccio e poco prima dell’alba sentì una voce sussurrare: “Il sole mi ucciderà”.
  Il principe guardò il bellissimo volto della ragazza di ghiaccio e pianse. Se solo avesse avuto ancora un po’ di tempo... solo un po’.
  Poi, accadde qualcosa di straordinario. Il sole cominciò a sorgere, ma in quello stesso istante migliaia di rondini e usignoli, da ogni parte del reame, si alzarono in volo e oscurarono il cielo.
  Rimasero fermi sotto il sole, le ali spiegate per impedire ai suoi raggi di sfiorare il ghiaccio e solo quando il principe polverizzò l’ultimo granello di pietra e baciò l’unica donna che avesse mai amato, il cielo tornò a schiarirsi.
  Fu la notte più lunga che il mondo ricordi, la notte in cui la sola forza dell’amore ruppe il più perfido incantesimo mai fatto.

 Tutti i diritti riservati Claudia Mancino
 Foto dal Web

giovedì 21 maggio 2015

Bisbigli




Ho perso il conto degli anni. A volte ho la sensazione che Dio mi abbia fatto vivere molto più a lungo di quanto il destino mi avesse concesso e non avere un volto su cui misurare il passare del tempo fa di me un uomo maledetto.
Ciò che accadde quel lontano inverno avrebbe dovuto essere un monito per tutti noi.
Eppure non fu così. La nostra vita continuò esattamente così come era sempre stata. Non cambiò nulla. Né la gente, né la sua cattiveria.
Sotto le spoglie di un piccolo paese affacciato sull’oceano si celava un mostro e, noi tutti, avevamo permesso alle sue radici di affondare nella nostra terra e moltiplicarsi sotto le nostre case.
Furono quelle radici a trasformarci, anche se nessuno di noi conservava memoria dell’esatto momento in cui era accaduto.
Iniziò lentamente, molti anni prima che nascessimo. Iniziò dalle strade e dalle piazze, poi fu la volta delle case e dei negozi e infine… infine toccò alle persone.
Ogni singola cosa in quello strano paese era diventata stretta, come se qualcosa avesse, un po’ per volta, consumato e mangiato pietre e mattoni e… carne. Perché anche noi, come tutto ciò che ci circondava, eravamo diventati stretti. Stretto e appuntito era il nostro naso, strette erano le nostre labbra e stretta la fessura dei nostri occhi.
Non ci era concesso vedere più in là di qualche spanna.


Fu questo il motivo per cui, quando in quella lontana e nebbiosa mattina d’inverno di molti anni fa, una giovane coppia si stabilì nella casa accanto al faro, nessuno se ne accorse.
Fu un ragazzino, a cui non si era ancora ristretto del tutto il naso, a percepire la loro presenza annusando l’aria. Era un odore caldo e delizioso che accarezzava le narici e vibrava sulla pelle come un esercito di formiche.
Prima che la sera scendesse, l’intero paese bisbigliava freneticamente.
“Inconcepibile”, sussurravano le donne nei vicoli.
“Avveleneranno l’aria”, sosteneva qualcuno.
“Un presagio funesto”, sibilava qualcun altro.
Quella notte furono in pochi a dormire. Chi fissava dal buio della propria casa le finestre illuminate accanto al faro, chi annusava l’aria nella speranza di cogliervi quella fragranza di cui tutti parlavano, ma che nessuno avrebbe mai ammesso di non sentire.
Eppure il mattino dopo erano tutti concordi nell’affermare che, nottetempo, quell’odore si era insinuato tra le strade del paese e che, come un serpente, era scivolato sotto le loro porte.
“Nauseabondo”, confabularono alcuni.
“Annebbia il cervello”, affermarono altri.
“Brucia la gola”, asserì un uomo quasi sottovoce.
Nessuno, però, ebbe il coraggio di avventurarsi fino alla casa accanto al faro.
Rimasero tutti in attesa che i suoi misteriosi abitanti venissero in paese.
Ma di loro, neppure l’ombra.
Passarono giorni e settimane. Piovve e tornò il sole, ma l’unico segno di vita rimase il fumo denso e grigio che fuoriusciva dal camino della casa accanto al faro. E quel fumo divenne la nostra ossessione.
“Dovranno pure mangiare”.
“E se si procurassero il cibo in modo non convenzionale?”
“Alla vedova che abita dietro la piazza è sparito un gatto”.
Nei vicoli calò un lungo silenzio.
“Ecco perché quell’odore disgustoso”, bisbigliò una donna e un attimo dopo il suo volto si assottigliò come la lama di un’accetta. “Mangiano i nostri animali…”
E vicolo dopo vicolo, i bisbigli si moltiplicarono e crebbero, appiccicandosi sulle panchine, sui muri e sul selciato per poi incollarsi alla suola delle scarpe dei passanti ed entrare nelle botteghe. E qui, mezze parole calpestate e portate da decine di scarpe si mescolarono ad altre mezze parole, prendendo forme distorte e terribili.
“Tenete i vostri bambini chiusi in casa,” ammonivano i più anziani.
“Chiudete le porte a chiave”.
“Non uscite mai dopo il tramonto”.
“Non uscite mai soli…”

Sottoterra, le radici del mostro si erano risvegliate.

All’alba del giorno dopo fu interpellato il sindaco in persona.
“Nessuno dorme più”, lo informarono.
“I bambini hanno perso l’appetito”.
“E hanno paura”.
“Quella gente deve andarsene”.
“Lei, signor sindaco, deve fare qualcosa”.
E quella notte, mentre tutti prendevano finalmente sonno, certi che il sindaco avrebbe provveduto a risolvere il problema, il pover’uomo, in preda all’agitazione camminava curvo avanti e indietro per le anguste strade del paese.
Ma come tutti gli uomini di poco coraggio scelse di seguire la strada dell’ombra. Convocò il ragazzino che sapeva annusare l’aria e gli promise fama e gloria in cambio di informazioni sulla coppia del faro.
Fu così che il ragazzino che sapeva annusare l’aria cominciò ad avventurarsi oltre il sentiero che limitava il paese e, sera dopo sera, al calar del sole, tornava dal sindaco a raccontargli ciò che aveva visto. L’uomo ascoltava avidamente ogni dettaglio, gli occhi fissi come punteruoli in quelli del ragazzino poi, con la mano tremante per l’emozione trascriveva parola per parola sulle pagine ingiallite del suo antico libro nero.
Ma con il passare dei giorni accadde qualcosa che nessuno aveva messo in conto: il ragazzino cominciò ad amare le ore trascorse nascosto tra le fronde dell’acero accanto al faro. Quella coppia che tanto spaventava gli abitanti del paese cominciò ad affascinarlo. Cucinava e mangiava cibi che il ragazzino non conosceva, ma il cui profumo inebriava l’aria, trascorreva ore a chiacchierare e ridere in giardino e lavorava senza sosta nell’orto dietro casa. Insomma, sembrava bastare a se stessa e se il ragazzino avesse dovuto scegliere una parola per descriverla avrebbe scelto “felicità”.
Fu quella loro semplice felicità a trasformare lentamente i tratti del bambino. Cominciò dalle guance, che un po’ per volta si ammorbidirono, poi gli occhi che pian piano si ingrandirono e infine anche le labbra che si riempirono.
Per quanto lento, questo cambiamento non passò inosservato. La gente del paese cominciò a guardare il ragazzino in modo diverso e ben presto i bisbigli crebbero come il vento che alimenta il fuoco.
“Non sembra più uno di noi”.
“I suoi occhi sono più grandi”.
“E sembra molto ben nutrito”.
“Ce lo stanno portando via… “
“… lo hanno stregato”.
Anche il sindaco si accorse che qualcosa era cambiato nel volto del ragazzino e, al calar della notte, quando fu sicuro che nessuno li avrebbe visti né sentiti, chiuse la porta a chiave, alzò la mano e schiaffeggiò il ragazzo.
Un solo colpo.
Poi, come se nulla fosse, si sedette di fronte a lui e piegò le labbra affilate in un sorriso.
“Mangi con loro?”
“No, signore!”
“Parli con loro?”
“No, signore!”
“Sei entrato nella loro casa?”
“Mai, signore”.
“Cosa accade veramente lì dentro?”
“Nulla, signore”.
“Nulla?”
“Nulla”, balbettò il ragazzo.
“Attento, ragazzo, a non mentirmi mai!”
“Non lo farò, signore”.
“Allora, raccontami quello che hai visto oggi”.
Il ragazzino che annusava l’aria, per la prima volta nella sua vita ebbe davvero paura.
Quella notte, davanti allo specchio, si toccò e si ritoccò i lineamenti del viso, chiedendosi perché stava succedendo a lui.
Non lo avrebbero più voluto. Lo avrebbero mandato via e non gli avrebbero mai permesso di tornare. Perché le persone sanno essere cattive, anche senza alzare il pugno. Perché ogni loro bisbiglio diventa come una pietra che ferisce senza lasciare il segno e perché ognuno di questi bisbigli serviva a nutrirne centinaia di altri.
Quella fu la notte più lunga della sua vita. E fu anche la prima volta in cui il ragazzino provò per la giovane coppia del faro qualcosa di molto simile all’odio. Gli avevano permesso di sbirciare nel loro mondo pur sapendo che lui non ne avrebbe mai fatto parte e lentamente lo avevano trasformato.
Se solo non fossero stati tanto stupidi da sottovalutare la forza divoratrice dei bisbigli…
Forse la sua gente aveva ragione, forse c’era qualcosa di maledettamente sbagliato in quella coppia, qualcosa che lui non riusciva a vedere.
Eppure, in fondo al cuore, il ragazzino, sapeva che c’era una sola cosa giusta da fare.
Ma sapeva anche che non sarebbe mai riuscito a farla.
Doveva spegnere il fuoco dei bisbigli prima che fosse troppo tardi e un giorno forse non troppo lontano, avrebbe dimenticato la coppia del faro come se non fosse mai esistita.
Il mattino dopo, nascosto in un vecchio mantello, si recò dal sindaco per raccontargli ciò che tutti si erano sempre aspettati che raccontasse. E, con il volto coperto da un logoro cappuccio, parlò e parlò, lasciando che le lacrime scavassero come lame quel viso che lo aveva reso tanto diverso.

Non seppe mai che fine fece la giovane coppia del faro.
Fu circondato di attenzioni e di fama per il tempo sufficiente perché i ricordi di quell’inverno sbiadissero nella sua mente, ma da quel giorno, per il resto della sua vita, il ragazzo che sapeva annusare l’aria, visse in silenzio, il volto nascosto dal logoro cappuccio del tradimento per il timore di vedere il suo viso deformato dalle radici del male.

Scelsi la strada della paura.
Ero solo un ragazzo, ma non seppi oppormi alla cattiveria.
Ciò che ha deformato il mio volto ha risparmiato i miei occhi, perché io potessi vedere il frutto di ciò a cui avevo dato inizio.
Non durerà in eterno. Le radici del mostro a cui noi tutti abbiamo dato vita hanno quasi divorato l’intero paese.
Siamo destinati a scomparire, uno dopo l’altro, cannibali di noi stessi.

La sola cosa che rimarrà intatta, sarà la casa accanto al faro.

   





Tutti i diritti riservati © Claudia Mancino

Illustrazioni di Anna Bertenasco






mercoledì 20 maggio 2015

La strada del vento







Ci sono storie che, come un lieve soffio di vento, passano di bocca in bocca, che nel buio della notte sorvolano immensi campi di grano e s’insinuano, invisibili, tra gli alberi dei boschi, che viaggiano attraverso il tempo e lo spazio, a volte in carrozza, a volte in treno e che solcano oceani sempre più lontani senza essere mai toccate da burrasche o tempeste. Storie che come foglie vengono strappate dal luogo in cui nascono per essere portate, in punta di piedi, nelle case di tutto il mondo.
   E non c’è davvero nulla che possa fermarle perché ogni storia possiede un destino proprio, una forza che resiste al passare inesorabile del tempo per portare un sorriso o una lacrima a chi, nei secoli, ascoltandole, le saprà amare.
Questa che sto per raccontarvi è una storia che accadde molto tempo fa, in un luogo forse non troppo lontano, ma che ha viaggiato per molti e molti anni prima di arrivare fino a qui.
                 
  C’era una volta una piccola, strana città attraversata da così tanti canali che a vederla dall’alto e con gli occhi di un bambino poteva sembrare una bellissima ragnatela d’acqua.
    Al centro della piccola città, proprio dietro il vecchio mulino, abitava un bambino di nome Un Soldo.  Aveva i capelli sempre in disordine, i calzini spaiati, la camicia abbottonata a modo suo e un mucchio di biglietti colorati accartocciati nelle tasche dei pantaloni.
   Dovete sapere che, nonostante fosse sempre vissuto lì, a Un Soldo le strade e le case di quella piccola città sembravano tutte uguali e, per quanto si sforzasse, proprio non riusciva a non perdersi.
    Era così che a sua mamma era venuta l’idea di preparargli quei biglietti. Un biglietto con sopra disegnato un pettine per ricordargli, appena uscito di casa, di passare davanti alla bottega del vecchio  barbiere; un biglietto con la torta al cioccolato per ricordargli di attraversare la strada davanti alla pasticceria; quello con l’acqua per indicargli il piccolo ponte in fondo alla strada e quello con un berretto perché non si dimenticasse di svoltare all’angolo dell’elegante negozio dei cappelli prima di arrivare a scuola.
  Nonostante tutti questi biglietti, Un Soldo continuava a perdersi.
   “Dritto verso la pasticceria”, si raccomandava il vecchio barbiere ogni mattina quando lo vedeva passare.
   “Attraversa il ponte e non lasciarti distrarre dalle farfalle”, gli ricordava con dolcezza la  pasticciera.
  “Stamane vetrina nuova”, lo informava il poliziotto con un caldo sorriso. “Cappelli con i fiori per signore vanitose.”
  E a tutti, Un soldo rispondeva con un educato grazie.
  Ora, capitava a volte che il barbiere fosse intento a sbarbare il sindaco in persona o che la pasticciera stesse glassando la sua famosa torta ai lamponi e allora Un Soldo era finalmente libero di guardare quel mondo che tanto lo affascinava senza distrazioni.
   Naturalmente sapeva di avere le tasche piene dei biglietti della mamma e ogni volta si riprometteva di usarli, ma poi accadeva qualcosa di così incredibile e meraviglioso da fargli dimenticare tutto. Con la coda dell’occhio vedeva uno stormo di rondini volare sopra di lui e all’improvviso Un Soldo aveva la sensazione che se le avesse seguite forse avrebbe scoperto il segreto per volare come loro e, con il cuore che gli batteva forte in petto, correva e correva in mezzo ai campi di tulipani, gli occhi fissi al cielo a studiare quegli strani, misteriosi disegni che le rondini tracciavano sopra di lui.
   Altre volte arrivava una folata di vento un po’ più forte del solito, si insinuava tra le chiome degli alberi e quel fruscio…. quel fruscio sembrava portare con sé una  melodia appena sussurrata a cui Un Soldo non poteva resistere. Non conosceva le note e non aveva mai studiato musica, ma quando il vento sfiorava le cose intorno a lui, allora Un Soldo sentiva suonare nella sua testa un’intera orchestra e sapeva distinguere il suono dolce dei violini da quello più caldo dell’oboe  e ricominciava a correre, senza fermarsi, dietro al vento, ascoltando quella musica che solo lui poteva sentire.
   Fu questo il motivo per cui il nostro bambino venne chiamato Un Soldo.
   Nessuno aveva mai capito cosa gli passasse per la testa e fin da quando era piccolo, gli adulti non avevano fatto che domandargli: ”Un soldo per i tuoi pensieri”, sapendo esattamente che lui non avrebbe mai dato loro una risposta.
   Ma come poteva, Un Soldo, dare un nome o spiegare a qualcuno il senso di tutti quei pensieri che gli frullavano in testa? La musica nascosta dal vento o si sentiva o non si sentiva. E poi, a pensarci bene, c’erano pensieri che nemmeno lui capiva bene.
   Ma di una cosa Un Soldo era assolutamente sicuro:    il  mondo  che   lo circondava  era  molto  più  incredibile e misterioso di quello che tutti immaginavano. Bastava saperlo guardare in modo diverso.
    Fu probabilmente per questo che Un Soldo non imparò mai la strada per arrivare a scuola, ma quella per tornare a casa, quella la trovò da solo, anche se per il resto del mondo rimase un mistero. Né la pasticciera né il barbiere lo videro mai fare ritorno la sera, e se quella fosse stata una città come tante altre, allora nessuno si sarebbe interrogato a riguardo, ma in mezzo a quel luminoso labirinto di canali  trovarsi un’altra strada per raggiungere la casa accanto al mulino era quasi impossibile.
   Eppure ogni sera Un Soldo si presentava sulla porta di casa con gli occhi che brillavano di felicità e un vecchio sacco di tela colmo di strani, preziosi oggetti luccicanti che aveva raccolto chissà dove e che custodiva gelosamente sotto il letto.
   Ma come tutte le cose che riguardavano Un Soldo, la gente non si chiese mai veramente come facesse a tornare a casa o a cosa gli servissero tutte le cose che nascondeva nel sacco che portava sulle spalle.
   Quel bambino sempre arruffato e sorridente aveva il potere di confondere gli adulti. Per anni non fu in grado di imparare le cose più semplici poi, un giorno, senza un perché, tutto ciò he  gli  era  stato  insegnato  gli  divenne improvvisamente chiaro, così chiaro che per un intero inverno non riuscì più a staccare il naso da quei libri che, per la prima volta, sembravano avere davvero un senso.
   In brevissimo tempo Un Soldo imparò a mettere insieme ciò che leggeva  con le cose che aveva imparato osservando il mondo dal suo punto di vista e pensò che forse un giorno sarebbe riuscito a spiegare  a  chi non  lo capiva che c’era sempre un’altra strada da percorrere per afferrare il senso delle cose.   
   Passarono gli anni, Un Soldo divenne grande e si costruì una casa tutta sua, là dove la ragnatela di canali diventava così fitta che nessuno aveva mai osato avventurarcisi. A guardarla da lontano, quella casa in mezzo all’acqua brillava come un diamante e, col tempo, si cominciò a narrare che quel ragazzo gentile e solitario avesse scoperto il segreto degli arcobaleni e che ogni sera, al calar del sole, ne nascesse uno proprio dalla sua casa.
    Fu in una fredda giornata di autunno che, tornando a casa, Un Soldo si accorse di essere seguito. Era una bambina molto più piccola di lui, i calzini spaiati, la camicetta abbottonata  a   modo  suo  e   le  trecce   bionde spettinate sulle spalle. Per un po’ Un Soldo finse di non vederla e per un po’ la bambina si nascose dietro gli alberi ogni volta che lui si girava a controllare.
    Accadde di nuovo il giorno dopo e quello dopo ancora, finché Un Soldo non decise che era arrivato il momento di fare amicizia e il terzo giorno l’aspettò sotto una vecchia quercia al delimitare del bosco.
    La bambina si avvicinò piano piano e prima ancora che lui avesse il tempo di chiederle chi fosse, lei tirò fuori dalla tasca del suo vestitino un mucchietto tutto accartocciato di biglietti colorati e glieli mostrò.
   Allora Un Soldo capì.
   E sorrise.
   “Non so leggere”, disse la bambina semplicemente.
   “Imparerai”, rispose Un Soldo come se fosse la cosa più naturale del mondo.
   “E non riesco a ricordarmi i numeri”, continuò la piccola.
   Un Soldo alzò le spalle e sorrise di nuovo. “Un giorno li capirai”.
   “Davvero?”
   “Perché mi segui?”
   “La pasticciera dice che conosci il segreto per non perdersi”.
   “E’ vero”.
   “Ecco, credo di aver bisogno del tuo segreto”, disse la bambina.
   “Non so se il mio segreto va bene anche per te”, rispose Un Soldo con dolcezza. “Ma ci possiamo provare. Come ti chiami?”
    La bambina sorrise. “ Mi chiamo Lisa”.
   “Bene, Lisa, ti aiuterò a trovare il tuo ingresso segreto per questo mondo, ma la strada che poi percorrerai, quella dovrai trovarla tu.”
   Il mattino dopo Un Soldo accompagnò Lisa a scuola. Vedendoli passare davanti alla sua bottega, lui ormai adulto e lei ancora piccina, entrambi con la camicia abbottonata a modo loro, il barbiere sorrise commosso e senza accorgersene tagliò via il lungo, elegante baffo grigio al sindaco in persona. Poco più in là la pasticciera rimase con la ciotola a mezz’aria, gli occhi velati di lacrime, e quando qualche minuto più tardi tornò al lavoro si rese conto che la sua famosa torta ai lamponi era scomparsa sotto una montagna gigantesca di panna.
    Qualche tempo dopo,  tra i rami degli alberi lungo la strada comparvero degli strani, piccoli tubi di metallo che riempirono la piccola città di suoni così caldi e belli che la  gente  del posto iniziò a  raccontare che Un  Soldo  fosse riuscito a donare una voce a quel vento che aveva sempre inseguito e amato.   
  Passò l’autunno e passò l’inverno.
  Fu con l’arrivo della primavera che la nostra magica città sull’acqua iniziò a brillare di tante piccole e misteriose lucine. Erano schegge di specchio incastonate nelle pietre accanto ai canali, lungo i sentieri dei campi e nelle folte chiome degli alberi.
  Allora fu chiaro che anche Lisa aveva trovato la sua strada.  
   
 Accadde in un giorno come tanti altri. Il vento soffiava leggero e il sole faceva brillare di una luce tremolante le centinaia di specchietti nascosti per la città.
  Cominciarono i bambini, poi gli adulti, uno per volta, incuriositi, forse un po’ spaventati ma al tempo stesso emozionati come non accadeva loro da tanto tanto tempo. Qualcuno seguì la misteriosa voce del vento e qualcuno seguì la strada indicata dai colori della luce, lungo il canale principale, dentro il vecchio bosco di querce, attraverso quella miriade di piccoli canali di cui avevano dimenticato l’esistenza e, un passo dopo l’altro, entrarono nel magico mondo che solo Un Soldo e Lisa avevano saputo vedere, ma che era sempre stato lì, sotto gli occhi di tutti.
  E compresero ciò che Un Soldo aveva sempre saputo: che esiste una strada per ognuno di noi, forse più lunga e a volte un po’ più complicata, ma capace di portare ogni bambino là dove deve andare.


Questa favola è stata scritta per il mio bambino Luca che un giorno troverà la sua strada… senza perdersi




Tutti i diritti riservati © Claudia Mancino
Illustrazione di Anna Bertenasco