martedì 26 maggio 2015

figlia del vento

 
       

  Molti anni fa, in una terra solitaria e lontana, viveva una ragazza di cui nessuno aveva mai saputo il nome.
  Si diceva che fosse figlia del vento e che il suo spirito, puro come la luce, irradiasse una bellezza tale che nessun uomo, donna o bambino potesse guardarla a lungo senza piangere.
   Ogni sera, poco dopo il tramonto, la ragazza compariva in cima alla scogliera e, mentre il sole si spegneva nell’oceano, lei cominciava a danzare.
   Danzava accompagnata dal canto del vento e del mare, sola nella notte, con i piedi scalzi, un nastro di erica nei  capelli  e un  semplice abito bianco.
   Poi, all’alba, quando il mondo si svegliava e l’oceano si tingeva di rosso, la figlia del vento scompariva e con lei la misteriosa magia a cui dava vita danzando.
    I vecchi del paese raccontavano che lo spirito della ragazza appartenesse a quella scogliera da centinaia di anni e che da essa, notte dopo notte, traeva nutrimento, forza e calore. Raccontavano che non aveva mai posseduto niente se non quel vestito tessuto dalle invisibili mani del vento e che, come il vento, doveva vivere libera.
    Fu così i vecchi insegnarono ai bambini che abitavano quella terra ad amare  la figlia del vento senza per questo rubarle la libertà.
   Una mattina, poco prima che sorgesse l’alba, una nave passò poco lontano dalla scogliera. Il marinaio di vedetta  alzò  lo  sguardo sulla parete di rocce a picco sul mare e lì, in cima,  vide la figlia del vento danzare come non aveva  mai visto danzare nessuno in vita sua.
   Calde lacrime cominciarono a bagnargli il viso e per un attimo, guardandola, provò una sensazione di pace assoluta  così intensa da desiderare che durasse per sempre.
    Poi, improvvisamente, il sole fece la sua comparsa all’orizzonte e la figurina danzante svanì.
    Molte volte, nei mesi che seguirono, la nave passò di fronte a quella scogliera e ogni volta il giovane marinaio scrutava la parete di rocce alla ricerca della sua figurina danzante.
  Col  tempo,  però,  quei  brevi  e  intensi attimi di  felicità non gli bastarono più.
   Fu così che, una notte dopo l’altra, mentre  la nave solcava oceani lontani, il giovane marinaio si sedeva in cima alla prua con carta e carboncino e ritraeva la figlia del vento così come la ricordava. E, disegno dopo disegno, cominciò a rubarle lo spirito. La disegnò mentre danzava nella nebbia,   sotto la luce  viola del tramonto, sfumò i suoi lunghi e meravigliosi capelli,  catturò la grazia della sue mani affusolate e le onde del suo vestito e, ogni volta, aveva la sensazione che mancasse qualcosa.
   Poi, una sera ,disegnò il suo viso, anche se non lo aveva mai visto, e quando anche quell’ultimo ritratto fu appeso alla parete, un lampo squarciò il cielo e la figlia del vento venne strappata dalla scogliera.
    Ben presto i cespugli di erica su cui lei danzava si seccarono e la terra a cui era appartenuta si inaridì. Il vento smise di soffiare e la pioggia non cadde più.
Molto lontano da lì, nella cambusa della nave, sotto gli occhi increduli del marinaio, apparve uno strano, bellissimo oggetto,  un carillon,  a forma di  sfera, e tra le sue pareti di cristallo, danzava la fanciulla della scogliera.
    La felicità che il giovane provò fu così grande che cominciò a piangere senza sapere che quelle sarebbero state le ultime vere lacrime che avrebbe versato.
    Per giorni e settimane rimase a guardare la  figurina danzare solo per lui, e troppo tardi si accorse di quello che stava succedendo: non riusciva più a provare alcuna emozione. Più guardava la fanciulla e più si accorgeva che non c’era più traccia della bellezza e della magia che lo aveva fatto innamorare.
   Disperato, il giovane scese dalla nave  e portò  il  prezioso  oggetto da un vecchio restauratore di carrillon.
Gli  raccontò che amava la sua figurina danzante più di ogni altra cosa al mondo e che era disposto a fare qualsiasi cosa pur di vederla ballare come una volta.
    “Restituiscila alla sua terra”, disse il vecchio.
    “Così la perderò”,  protestò il  marinaio.
  Allora il vecchio lo guardò severamente negli occhi. “La creatura che tu dici di amare non è quella chiusa tra queste pareti  di cristallo.   Forse  le  assomiglia,  o  forse è come tu desideravi che fosse, ma lo spirito che viveva in lei non è mai stato tuo. Restituiscila alla terra  a cui  appartiene prima che la natura si vendichi di ciò che hai fatto,” lo ammonì il vecchio.
   Il marinaio non lo ascoltò. Tornò alla sua nave e ben presto si dimenticò del vecchio.  Ma  da quel  giorno  i suoi occhi cominciarono a diventare aridi come la scogliera su cui aveva danzato tanto tempo prima la figlia del vento.  Più
di una volta  il giovane marinaio cercò di piangere, ma non una sola lacrima uscì dai suoi occhi e quando il mondo intorno a lui cominciò ad appannarsi, si inginocchiò davanti alla figurina danzante e la implorò di ballare per lui così come aveva fatto molto tempo prima.
   “Perché?”  chiese lei sottovoce.
   “Perché sto diventando cieco”, rispose il marinaio e nel momento in cui pronunciò quelle parole si scatenò la tempesta più terribile che si fosse mai vista. Tuoni e fulmini squarciarono il cielo,  onde  gigantesche si sollevarono dagli abissi dell’oceano e una pioggia di grandine spezzò gli alberi della nave.
   “Strappa i disegni”, disse la figlia del vento.
   “No!” urlò il giovane.
   “Se non lo farai moriremo entrambi”, disse la figurina, ma di lei il marinaio poté udire solo la voce perché il mondo intorno a lui era stato improvvisamente inghiottito dal buio. 
     Rivide la fanciulla danzare sulla cima  della  scogliera e  solo  allora  il  suo cuore vide ciò che i suoi occhi non erano stati capaci di vedere.
   Aveva amato troppo.
   E fu allora che calde e disperate lacrime cominciarono a bagnargli il viso e,  una dopo l’altra, quelle lacrime caddero sui disegni che il marinaio stringeva disperatamente tra le mani, sbiadendoli fino a cancellare anche l’ultimo tratto di carboncino.
    Le nuvole si squarciarono, il mare si calmò e nella terra lontana e solitaria dove  una volta  cresceva  l’erica, una lieve  pioggia cominciò a bagnare la scogliera illuminata dal più incredibile e straordinario arcobaleno che si fosse mai visto.
    Vecchi e bambini uscirono dalle loro case e mentre alzavano i loro volti aridi come la terra verso quella pioggia benedetta, intravidero in cima alla scogliera la fanciulla vestita di bianco.
    “E’ tornata”, disse sottovoce un vecchio.
    “Chi?” chiese un bimbo troppo piccolo per ricordare.
    “Lo spirito del vento”, rispose il vecchio prendendolo per mano.
 E quella notte, mentre l’aria si riempiva di profumi ormai quasi dimenticati, i vecchi tornarono a raccontare ai loro bambini la storia della figlia del vento e del giovane marinaio che in una notte di tempesta era  affondato insieme alla sua nave per restituire alla fanciulla che aveva amato troppo le ali della libertà.

Tutti i diritti riservati©Claudia Mancino
Immagine dal web

11 commenti:

  1. triste e dolcissima! Chiara Giordano

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  2. è una storia vera, Chiara. Portata in un tempo e un luogo lontano, ma è vera

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  3. Una storia sull'amore e il possesso. Quanti uomini ancora confondono le due cose? Quanti convinti che sia la stessa cosa? Hai usato una metafora straordinaria e potente. Siamo tutte figlie del vento.
    Con affetto una tua fan
    Gigliola

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    1. Sì, siamo tutte figlie del vento Gigliola

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  4. A me sembrava di essere lì...

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  5. Non so se la mia interpretazione è giusta ma io qui ci ho letto qualcosa di molto forte che non riguarda solo l'amore sbagliato tra un uomo e una donna, amore come possesso, ma anche un monito per genitori incapaci di lasciar volare i propri figli. Bellissima
    Sandra

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  6. Quando egg queste fiabe io vedo il mondo come dovrebbe essere e com'è e ci penso e ci penso come ognuna di queste storie rimanesse un po' dentro di me
    Patty

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